Il cemento, spesso percepito come elemento neutro e puramente funzionale, può diventare chiave di lettura per interpretare la città contemporanea. È da questa premessa che nasce “Cemento Vivo”, progetto promosso da Heidelberg Materials insieme a Urbanfile, che attraversa fotografia, architettura e ricerca industriale per indagare il ruolo del materiale nella trasformazione urbana.
Al centro non c’è l’estetica, ma la struttura. Non la superficie, ma ciò che rende possibile la crescita delle città. Il cemento emerge come infrastruttura culturale prima ancora che tecnica: una presenza costante, spesso invisibile, che definisce spazi, connessioni e identità.
A costruire questo racconto è il lavoro fotografico di Davide Canella, autore di tredici immagini realizzate tra Milano e Bari. Due contesti lontani per storia e morfologia, ma accomunati da un uso determinante del cemento nei processi di sviluppo urbano. Le sue fotografie non cercano l’effetto spettacolare: osservano, analizzano, restituiscono.
Il materiale come immagine

La particolarità del progetto si manifesta già nell’allestimento. Le opere non sono stampate su carta fotografica, ma trasferite su pannelli rivestiti in microcemento bianco.
Una scelta che modifica la natura stessa dell’immagine: la superficie diventa parte attiva, con le sue porosità, le variazioni luminose, le imperfezioni che interagiscono con lo scatto.
Il risultato è un oggetto ibrido, dove contenuto e supporto coincidono. Il cemento non è più soltanto rappresentato: è presente, tangibile, protagonista anche sul piano tecnico.
Il microcemento, in questo senso, dimostra una versatilità che supera l’ambito strutturale, aprendo a nuove applicazioni nel campo culturale.
Questa sperimentazione riflette il lavoro di ricerca portato avanti da Heidelberg Materials, impegnata nello sviluppo di soluzioni cementizie avanzate, capaci di coniugare prestazioni tecniche e integrazione nei contesti contemporanei.
La fotografia come processo
Il metodo adottato da Canella è coerente con il rigore del tema. Ogni immagine nasce da un processo controllato, fatto di attese e decisioni ponderate, in un parallelo evidente con le logiche della progettazione architettonica.
La scelta del bianco e nero elimina il superfluo, lasciando emergere geometrie, volumi e relazioni spaziali. Le condizioni di luce – spesso quelle dell’alba o del tramonto – permettono di cogliere la materia nella sua dimensione più autentica: superfici ruvide, giunti, segni del tempo diventano elementi narrativi.
Milano e Bari: due città, un unico racconto

Nel progetto, Milano e Bari funzionano come due casi studio. La prima appare come un organismo in continua stratificazione, dove funzioni diverse si sovrappongono e si ibridano. La seconda mostra un dialogo più esplicito tra modernità e tradizione, tra cemento e materiali storici.
Tra gli scatti milanesi, la Torre Velasca viene osservata da una prospettiva inconsueta: un dettaglio dei puntoni diagonali rivela la complessità della struttura, trasformando un’icona urbana in oggetto di analisi.
Nel complesso della Fondazione Prada, epoche e linguaggi si sovrappongono: edifici industriali, torri contemporanee e architetture sperimentali convivono in un paesaggio compatto, dove il cemento assume declinazioni differenti.
Dalla Piazza Gae Aulenti, lo sguardo si apre su una città fatta di intersezioni e continuità, mentre la Chiesa di San Giovanni Bono si impone con la sua monumentalità brutalista: un triangolo in cemento armato che domina lo spazio e si configura come punto di riferimento collettivo.
A Bari, il Ponte Adriatico viene raccontato attraverso la sua ossatura: piloni, stralli e linee strutturali guidano lo sguardo verso l’alto, enfatizzando la funzione prima dell’opera.
Lo Stadio San Nicola, progettato da Renzo Piano, dialoga invece con un trullo in rovina, mettendo in scena un confronto tra dimensione privata e spazio pubblico, tra passato e contemporaneità.
Nel Porto di Bari, il cemento si fa supporto artistico: un grande silo ospita l’intervento dello street artist Guido van Helten, trasformando una struttura industriale in racconto umano.
Un materiale che attraversa il tempo

Attraverso queste immagini, “Cemento Vivo” restituisce una visione stratificata del materiale: elemento tecnico, ma anche culturale, capace di adattarsi a epoche e funzioni diverse senza perdere centralità.
È la spina dorsale della città contemporanea, ciò che consente densificazione, connessione, evoluzione.
Il progetto si inserisce nella più ampia riflessione di Heidelberg Materials sul futuro del costruire: sviluppare materiali sempre più performanti e sostenibili, in grado di dialogare con le esigenze ambientali e sociali.
Il percorso di Davide Canella

Nato nel 1999, Davide Canella si forma alla Cfp Bauer di Milano e avvia presto collaborazioni nel campo del fotogiornalismo, lavorando con testate nazionali come «Corriere della Sera» e «la Repubblica». Ha ricevuto riconoscimenti come la menzione speciale al Premio Vergani e il Premio Giovani Generazione Lombardia.
Dal 2023 collabora con Ansa e con Il Giorno, mantenendo una cifra stilistica precisa: attenzione alla figura umana e capacità di cogliere la dimensione quotidiana anche nei contesti più complessi.
La mostra
“Cemento Vivo” è stato presentato negli spazi di Monte Rosa 91, complesso riqualificato su progetto di Renzo Piano, nell’ambito della Milano Design Week 2026.



