Luca Berardo, presidente di Assoposa, riflette sul rapporto tra intelligenza artificiale ed esperienza artigiana, tra nuove tecnologie e quel sapere che si costruisce attraverso il lavoro, l’osservazione e la pratica.
«Per molto tempo abbiamo guardato alla tecnologia con una domanda quasi inevitabile: quali lavori sarà in grado di sostituire? È una domanda che oggi, con la diffusione dell’intelligenza artificiale, torna con ancora maggiore forza. Ma forse è la domanda sbagliata.
Perché accanto a un’intelligenza che impara dai dati, riconosce schemi, analizza informazioni e accelera i processi, esiste un’altra forma di intelligenza molto più difficile da misurare: quella che nasce dall’esperienza. È l’intelligenza di chi, davanti a un problema, non cerca soltanto una risposta, ma capisce quale risposta abbia davvero senso. È la capacità di leggere una situazione, cogliere una sfumatura, intuire ciò che ancora non è evidente. È sapere quando una regola va applicata e quando, invece, occorre trovare una strada diversa.
Questa conoscenza si costruisce nel tempo, attraverso il fare e passa attraverso l’osservazione, gli errori, i tentativi, la ripetizione, è una conoscenza spesso invisibile, ma decisiva.
L’intelligenza artificiale è straordinariamente potente proprio dove l’uomo ha bisogno di velocità: può raccogliere enormi quantità di informazioni, confrontare alternative, simulare scenari, ottimizzare processi e liberare tempo dalle attività più ripetitive, ma non significa che possa sostituire il giudizio umano.
Anzi, potrebbe accadere il contrario: più la tecnologia diventerà capace di svolgere ciò che è standardizzabile, più diventerà prezioso ciò che non lo è come ad esempio la creatività l’intuizione il senso della misura o ancora la responsabilità di una scelta.
È qui che il rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza artigiana diventa interessante. Non si tratta di scegliere tra tecnologia e manualità, tra algoritmi ed esperienza, ma si tratta bensì di capire come possano lavorare insieme.
L’intelligenza artificiale può suggerire, mentre l’esperienza può interpretare ed è forse proprio questa la direzione verso cui dovremmo guardare: non un futuro nel quale l’uomo diventi sempre più simile alla macchina, ma un futuro nel quale impari a utilizzare la macchina per diventare ancora più umano.
Perché il vero progresso non sarà riuscire a fare tutto più velocemente, ma sarà riuscire a fare meglio ciò che conta.
E in questo scenario l’artigiano del futuro non sarà quello che rifiuta la tecnologia, né quello che si affida completamente ad essa. Sarà colui che saprà utilizzarla come uno strumento, mantenendo intatta la parte più preziosa del proprio mestiere: quella capacità di trasformare conoscenza, esperienza e sensibilità in qualcosa che prima non esisteva.
Secondo queste visioni e traendo ispirazione dal libro The Game di Alessandro Baricco abbiamo costruito l’edizione 2026 della Città della Posa in collaborazione con IndexLab del Politecnico di Milano».




