Elencare le crisi che minacciano il futuro dell’umanità è stato per anni il presupposto obbligato per qualsiasi dibattito sulla necessità di riformare il concetto stesso di capitalismo.
Una sorta di ritornello che, a forza di essere ripetuto, ha finito per perdere la capacità di scuotere le coscienze e spingere all’azione.
Penso sia quindi arrivato il momento di spostare lo sguardo su un problema ancora più profondo e che riguarda la crisi dell’immaginazione, perché se non riusciamo a immaginare alternative credibili, difficilmente riusciremo anche a costruirle.
In fondo, se ci pensiamo, se le proposte più innovative elaborate dal capitalismo negli ultimi anni sono la responsabilità sociale d’impresa o i criteri Esg, significa che la nostra capacità di immaginare qualcosa di diverso è davvero piuttosto limitata.
L’immaginazione, del resto, si alimenta grazie alle fonti che frequentiamo e se per anni costruire scenari futuri ha significato solo limitarsi a consultare i detentori di interesse, raccogliere dati e validare di conseguenza quello che già si pensava di sapere, non può stupirci che il nostro orizzonte si sia progressivamente ristretto.
Forse è proprio da qui che bisogna ripartire: restituire all’economia, e in generale, anche al mondo delle imprese il valore dell’immaginazione e questo significa anche smettere di credere che il futuro possa essere previsto solo attraverso i megatrend o dati che, per definizione, raccontano ciò che è già accaduto.
In altre parole, significa smettere di guidare guardando soltanto lo specchietto retrovisore.
Senza un’immagine convincente del futuro, le società si bloccano nel presente e lo stesso vale per le imprese.
Quando un’organizzazione perde la capacità di immaginare scenari diversi, finisce per rincorrere il cambiamento invece di guidarlo, si limita a ottimizzare quello che già esiste, mentre le opportunità più interessanti nascono proprio dalla capacità di mettere in discussione ciò che sembra scontato.
Per questo l’immaginazione non è un lusso per artisti o filosofi, ma una competenza fondamentale per manager, imprenditori e amministratori pubblici.
Serve a ripensare modelli di business, relazioni con clienti e lavoratori, forme di governance, prodotti e servizi.
Serve soprattutto a individuare possibilità che i dati, da soli, non possono ancora mostrare.
In un contesto sempre più incerto, il vantaggio competitivo non nascerà soltanto dall’analisi, ma dalla capacità di formulare domande nuove e di costruire visioni che altri non vedono ancora.
Immaginare un futuro desiderabile e partire da lì per capire quali decisioni prendere oggi è un esercizio molto più potente che cercare di proiettare nel domani le tendenze del presente.
Significa sperimentare già oggi i valori e le relazioni che vorremmo caratterizzassero il mondo di domani, trasformando la visione in pratica quotidiana.
Per farlo le imprese hanno bisogno di frequentare mondi diversi: la letteratura, la filosofia, le arti, il pensiero critico, i movimenti sociali perché è spesso lì che nascono le idee capaci di rompere gli schemi e di suggerire possibilità che il linguaggio dell’economia, da solo, fatica a vedere.
La vera sfida per le imprese, allora, non è soltanto diventare più sostenibili o più efficienti, ma tornare a immaginare.
Perché saranno le organizzazioni capaci di costruire visioni nuove, prima ancora che tecnologie nuove, a guidare i cambiamenti dei prossimi anni.
*Presidente di Sercomated, di Assoposa e di Euf




