A Milano tra Porta Nuova e il quartiere Isola, Park, studio internazionale di progettazione fondato a Milano nel 2000 da Filippo Pagliani e Michele Rossi, firma il progetto Lybra, un nuovo complesso direzionale che accoglie spazi di lavoro contemporanei e che oggi ospita il nuovo headquarter di Sap Italia, società che fornisce soluzioni e servizi software per le imprese ed è presente nel nostro Paese dal 1988.

L’architettura che dialoga con la città
Il concetto architettonico si fonda sull’idea di equilibrio, da cui il nome Lybra.
Composto da due volumi distinti ma bilanciati, il progetto riflette la doppia anima della città, instaurando un dialogo con due diverse scale urbane: il volume più basso, arretrato, di cinque piani, si allinea con discrezione al tessuto residenziale del quartiere, mentre quello più alto, di sette, si proietta verso la Biblioteca degli Alberi, stabilendo un legame visivo e concettuale con la verticalità dello skyline di Porta Nuova.
Tra i due, un terzo elemento, il Green Void, funge da cerniera, sia dal punto di vista spaziale che simbolico.

Il cuore del progetto
Piuttosto che imporsi con la massa, Lybra introduce porosità urbana.
Una nuova piazza, pubblica ricavata all’angolo del lotto, restituisce accessibilità a uno spazio precedentemente chiuso.
Il Green Void, ambiente vetrato e verticale illuminato per tutto l’arco della giornata da luce zenitale, rappresenta il vero cuore del progetto.
Funzionando come una serra bioclimatica, ospita vegetazione tropicale e una monumentale scala rivestita in legno che incentiva la circolazione verticale, intessendo una narrazione spaziale continua tra i due volumi.

verso una tecnologia costruttiva tradizionale; la scala, inizialmente prevista in cemento armato, è stata poi realizzata in carpenteria metallica, assemblata a terra
L’approccio biofilico
Più che un semplice elemento di connessione, il Green Void incarna l’approccio biofilico del progetto: luce naturale, permeabilità visiva e materiali tattili, come l’intonaco effetto sabbia arricchito con inerti di sughero, contribuiscono a creare un ambiente confortevole, promotore del benessere psicofisico degli utenti.

L’involucro e le performance ambientali
L’involucro architettonico rende omaggio all’estetica delle antiche serre, con una composizione ritmica di elementi verticali e orizzontali e un’attenta articolazione tra trasparenza e opacità.
Le facciate, vetrate per oltre due terzi della superficie, integrano tecnologie captanti: moduli fotovoltaici inseriti all’interno di vetri serigrafati generano energia pulita, mantenendo un’elegante presenza urbana.
L’integrazione di questi sistemi è frutto di una ricerca approfondita, che coniuga evoluzione estetica e performance ambientale.
Una soluzione che ha permesso di discostarsi dal tradizionale fotovoltaico in copertura, peraltro presente sull’edificio più alto, e nello stesso tempo di usufruire dei bonus volumetrici previsti dalle norme edilizie comunali.
Le strategie di sostenibilità del progetto si fondono con il linguaggio formale dell’edificio, dando vita a un complesso che è più di un semplice workplace: è una piattaforma per l’incontro, il movimento e la rigenerazione.
Ridefinendo il confine tra privato e pubblico, tra vetro e vegetazione, Lybra contribuisce a tracciare una nuova dimensione di equilibrio urbano nell’evoluzione architettonica di Milano.

Le certificazioni ambientali
Lybra è in possesso di alcune tra le più importanti certificazioni ambientali in circolazione.
Un risultato ottenuto, oltre che dal fotovoltaico in facciata e in copertura, da un’accurata scelta di materiali e componenti che fossero in possesso di certificazioni di prodotto.
Per la certificazione Well, che si riferisce alla qualità degli spazi e del lavoro, due elementi hanno giocato a favore: la presenza del Green Void e la qualità architettonica ed estetica della scala.
Un elemento scenico, quest’ultimo, che precede gli ascensori e che quindi invoglia chi ci lavora a salire le scale e ad evitare gli impianti di sollevamento.

Il parere dei progettisti
«Il Green Void non è solo uno spazio di passaggio, ma un dispositivo ambientale e percettivo. Una condizione di luce, trasparenza e natura che connette i due volumi e genera continuità fisica ed emotiva – afferma Filippo Pagliani -. In questo vuoto verticale si innesta la scala, pensata come gesto narrativo: non è solo un collegamento tra piani, ma un’infrastruttura di relazione, che invita all’uso consapevole dello spazio. Il suo disegno segue la luce, il verde, il ritmo verticale dell’edificio, trasformando la salita in un’esperienza continua».
«Lybra dimostra come sostenibilità e qualità estetica possano convivere in modo evoluto – sottolinea Michele Rossi -. La facciata captante è il risultato di una ricerca che unisce tecnologia, comfort e identità urbana. Abbiamo lavorato sull’involucro come su una soglia attiva, capace di produrre energia e allo stesso tempo restituire un’immagine architettonica raffinata. I moduli fotovoltaici sono integrati in modo quasi invisibile, senza rinunciare a leggerezza, ritmo e trasparenza. È un gesto tecnico che diventa linguaggio, leggibile come un elemento architettonico puro».
Chi ha fatto cosa
Opera
Lybra
Luogo
Milano
Committente
Angelo Gordon
Progetto architettonico e direzione artistica
Park. Filippo Pagliani, Michele Rossi
Project director
Alessandro Rossi
Project director interior
Davide Viganò
Senior architect
Corrado Collura
Landscape director
Marianna Merisi
Direzione generaleT
ekne
General contractor
Costruzioni Generali Gilardi
Progetto costruttivo facciate
Tecnomont Service
Strutture e prevenzione incendi
Tekne
Progetto illuminotecnico
In-Visible Lab
Progetto facciate
Deerns
Progetto costruttivo impianti
Enrico Colombo
Chi ha fornito cosa
Pannelli fotovoltaici
Sunage, Suncol
Rivestimenti e pavimenti
Gruppo Romani, Cercom
Facciate
Tecnomont Service
Intonaci
Diasen
Controsoffitti
Lindner
Picolo ed elegante

L’architetto Corrado Collura collabora con Park da una decina di anni. È design development leader dello studio milanese. A lui abbiamo chiesto di spiegarci le scelte tecniche, le tecnologie impiegate e i materiali utilizzati nel cantiere di Lybra.
«Abbiamo optato per una tecnologia costruttiva tradizionale per diversi motivi, tra questi le ridotte dimensioni e le caratteristiche dell’area. La scelta invece della carpenteria metallica per la scala del Green Void è stata dettata dalla volontà di disporre di un elemento che fosse autoportante e strutturalmente indipendente dal resto».
Quali sono stati i principali ostacoli che avete dovuto affrontare nella progettazione ed esecuzione dell’opera?
«Sicuramente le dimensioni contenute del lotto hanno creato vincoli importanti sia al progetto sia ai lavori.
Poi, la necessità di trovare soluzioni per raggiungere gli obiettivi energetici da fonti rinnovabili: da qui l’idea dei pannelli fotovoltaici in facciata, oltreché sul tetto.
Altro vincolo è consistito nell’obbligo normativo di realizzare il primo solaio a una quota rialzata rispetto al piano strada. Questo per il contesto in cui si trova il quartiere Isola, alle prese con le periodiche esondazioni del Seveso. Una scelta che ha imposto sistemi di aerazione naturale, con aperture verso il piano interrato dotate di soluzioni a chiusura stagna in caso di allarme esondazione».
Green Void è il vostro fiore all’occhiello, la cui realizzazione vi ha molto impegnati anche sul fronte della sicurezza antincendio. È così?
«Sì è proprio così. È stata una sfida decisamente impegnativa. Mettere in sicurezza un volume a cinque altezze ha avuto bisogno di grande attenzione nella messa in campo di soluzioni concordate con i tecnici dei vigli del fuoco, come ad esempio prevedere una serie di moduli di facciata apribili».
Cantiere complicato, ma ben riuscito

Il direttore di cantiere di Lybra è stato Filippo Appino che da oltre vent’anni lavora alla Costruzioni Generali Gilardi di Torino, un’impresa di medio-grandi dimensioni che opera in tutti i comparti delle costruzioni, ad eccezione delle infrastrutture. Con Appino abbiamo approfondito alcuni aspetti di ordine tecnico, a partire dalle ridotte dimensioni del lotto su cui poi è cresciuto l’edificio progettato da Park.
«Siamo entrati in possesso dell’area dove già erano stati realizzati interventi di demolizione e scavi parziali di un edificio preesistente che poggiava su un sistema di paratie per la quasi totalità del perimetro. Il nostro primo compito è consistito nel completare le fondazioni perimetrali e nel rivestire i micropali realizzati nella fase precedente. Tutto ciò è avvenuto in un’area decisamente contenuta. Al di sotto di una porzione della platea in calcestruzzo armato abbiamo dovuto realizzare la vasca di laminazione di raccolta delle acque piovane».
Anche la scala del Green Void vi ha impegnati molto sul piano esecutivo…
«Certamente. La scala, inizialmente prevista in cemento armato, è stata poi realizzata in carpenteria metallica, assemblata a terra, sollevata mediante gru e poi saldata in opera.
Un’operazione complicata, ma alla fine il lavoro mi pare sia riuscito bene.
Tutta la realizzazione del Green Void, nell’insieme, è stata impegnativa. Sia per gli aspetti legati alla sicurezza antincendio, sia per le finiture che per gli impianti tecnologici.
Il rivestimento in legno della scala ha rappresentato un passaggio delicato per la buona riuscita dell’opera, così come l’intonachino di rivestimento del Green Void, contenente particelle di sughero, la cui carteggiatura finale, operazione delicatissima, è riuscita bene per tutti i cinque piani del suo sviluppo».



