Prevenzione antincendio. Gestione del rischio e sicurezza nei luoghi affollati  

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Le tragedie nei locali pubblici, come quello di Capodanno 2026 a Crans-Montana, mostrano che il problema non è normativo, ma etico, tecnico e culturale, e richiede formazione, responsabilità e prevenzione

Il 2025 si è chiuso come uno degli anni più critici sul fronte degli incendi, destinato a rimanere nella memoria collettiva per la frequenza, l’estensione e la gravità degli eventi registrati.

Davide Luraschi

I dati statistici del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco (Annuario 2025, dati 2024) indicano circa 230.000 interventi riconducibili a incendi ed esplosioni sull’intero territorio nazionale.

Un dato in lieve flessione rispetto agli anni precedenti, ma che resta drammaticamente significativo se rapportato alla sua distribuzione quotidiana.

Al di là delle cifre, ciò che colpisce è la drammatica e persistente ricorrenza di scenari pressoché identici, nonostante decenni di ricerca, di evoluzione normativa e di tragedie ampiamente documentate.

La lunga sequenza di incendi in ambito urbano e indoor ha riportato con forza all’attenzione una verità tanto scomoda quanto evidente: la carenza, spesso colpevole, di una cultura della sicurezza antincendio, sia nella fase progettuale sia in quella gestionale.

La persistenza degli errori: dinamiche ricorrenti negli incendi

Gli eventi della Grenfell Tower, dei grattacieli negli Emirati Arabi Uniti, della Torre dei Moro, avrebbero dovuto costituire un punto di non ritorno. Così non è stato. Il tragico incendio del bar Le Constellation a Crans-Montana, nella notte di Capodanno 2025/26, ne rappresenta l’ennesima e dolorosa conferma.

Un luogo di svago, affollato di adolescenti, si è trasformato in pochi istanti in uno spazio di morte. Ancora una volta le vittime sono giovanissime, colpite nel momento nel quale devono celebrare la vita, non la sua negazione.

Le prime ricostruzioni tecniche e le immagini disponibili mostrano criticità purtroppo ben note agli addetti ai lavori o anche a chi si documenta:

  • possibile innesco causato da dispositivi pirotecnici (sparkler candles) in ambiente chiuso;
  • presenza di materiali fonoassorbenti combustibili;
  • propagazione estremamente rapida delle fiamme lungo il soffitto basso;
  • vie di esodo insufficienti o inadeguate al reale affollamento.

Attribuire l’accaduto alla presunta “leggerezza dei ragazzi” o al cosiddetto “panico” non è solo scorretto, ma profondamente fuorviante. Non bisogna in alcun modo puntare il dito contro quei giovani: molti di loro, inconsapevolmente, hanno visto nelle fiamme un possibile effetto scenografico assolutamente sicuro e voluto, magari sono rimasti ipnotizzati dal fascino di una fiamma forse apparentemente innocua, pensando che il locale fosse sicuro e che i gestori mai avrebbero attentato alla loro sicurezza.

Le responsabilità vanno ricercate nelle scelte progettuali, nei materiali impiegati, nella gestione del rischio e nell’assenza di procedure adeguate. In Italia, ma il principio dovrebbe essere universale, il quadro normativo è chiaro, così come i ruoli e le respsoabiltà: il titolare dell’attività ha l’obbligo indelegabile di valutare il rischio incendio e di adottare misure coerenti, potendo contare su strumenti consolidati come il Codice di Prevenzione Incendi. Invocare lacune normative o classificazioni amministrative elusive è un alibi non accettabile.

Materiali, progettazione e gestione

Le dinamiche osservate a Crans-Montana sono sostanzialmente analoghe a quelle del The Station Night Club negli Stati Uniti (2003 – 100 morti), del Kiss Club in Brasile (2013 – più di 230 morti – con tanto di serie su Netflix con immagini drammaticamente simili a quelle che si sono viste a Crans) e del Pulse Club in Macedonia (2025) o del Masquerade Club di Istanbul (2024) o del Colectiv Club in Romania (2015). Cambiano i Paesi, non gli errori. Ed è proprio questa ripetitività a rendere tali tragedie ancora più inaccettabili.

Le evidenze disponibili suggeriscono che l’innesco possa essere stato causato dall’uso di sparkler candles applicate alle bottiglie: una pratica intrinsecamente pericolosa soprattutto negli ambienti chiusi, oltre che esteticamente discutibile ed inelegante.

Tuttavia, la tipologia di innesco da solo non spiega la magnitudo dell’evento. La rapidità e la violenza della propagazione sono compatibili con la presenza di materiali di rivestimento a soffitto del tutto inadeguati, verosimilmente di natura poliuretanica, privi dei requisiti minimi di reazione al fuoco.

I video mostrano chiaramente una diffusione orizzontale rapidissima, seguita da una propagazione al comparto quasi immediata, accompagnata da una vera e propria “pioggia” di materiale incendiato (gocciolamento). Si tratta di un comportamento noto, ampiamente documentato in letteratura e nei test di laboratorio, e assolutamente incompatibile con locali aperti al pubblico.

In Italia, i materiali di rivestimento a soffitto devono rispettare la classe B-s2,d0, proprio per evitare la formazione di gocce incandescenti e limitare la propagazione dell’incendio. L’impiego di materiali non conformi, seppur economicamente vantaggiosi o acusticamente performanti, è incompatibile con qualsiasi concetto serio di sicurezza. Analogamente, l’uso di sparkler candles in ambienti chiusi dovrebbe essere vietato senza eccezioni, non solo per il rischio di innesco (come in svariate tragedie) ma anche per la produzione di fumi e gas pericolosi.

La mancata conoscenza di questi fenomeni può forse essere compresa negli avventori; non è in alcun modo scusabile nei titolari, nei gestori e nei progettisti. Qui il problema trascende l’ambito tecnico e investe quello etico e deontologico. Già Benedetto Cotrugli, nel XV secolo, richiamava la responsabilità morale dell’agire economico nei confronti della comunità: un principio che oggi appare drammaticamente disatteso.

Il fatto che un evento di tale gravità si sia verificato in un contesto ritenuto rigoroso come quello svizzero dimostra che nessun sistema è immune quando viene meno la cultura della sicurezza. Troppo spesso la sicurezza antincendio continua a essere percepita come un costo da comprimere, e non come un valore essenziale e un investimento irrinunciabile per la tutela della vita umana.

Una responsabilità culturale prima ancora che normativa

Le cause di questa situazione sono strutturali e ben note, come sempre quando si parla di sicurezza antincendio. Nei miei corsi al Politecnico e nei miei seminari ne individuo sempre 4:

  1. sottovalutazione del rischio incendio perché ritenuto evento raro e pertanto derubricazione della sicurezza antincendio a mero adempimento formale;
  2. scarsa conoscenza delle dinamiche di sviluppo e di propagazione dell’incendio;
  3. insufficiente preparazione tecnica e gestionale;
  4. diffusa carenza di etica professionale.

È un problema tecnico, certo, ma prima ancora culturale e morale. Trasformare questo immenso lutto in qualcosa di utile significa pretendere una progettazione responsabile, gestione consapevole e controlli sostanziali ma soprattutto, una cultura della sicurezza autentica, non negoziabile. Solo così si potrà evitare che l’ennesima tragedia annunciata diventi, ancora una volta, una lezione non appresa.

È in conclusione necessario e nostro dovere educare i ragazzi a comprendere che cos’è il pericolo, il rischio, che cos’è un incendio, quali segnali ne anticipano l’evoluzione, quali condizioni generano pericolo e quali comportamenti possono metterci in salvo (per esempio la tempestività nel raggiungere l’esterno). Il rischio zero non esiste, ma la capacità di riconoscerlo tempestivamente rappresenta uno strumento fondamentale di tutela e forse, l’unico modo per salvarci.

* Ingegnere, docente di Sicurezza antincendio al Politecnico di Milano, Partner di LDAssociati di Milano

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