Il mercato del lavoro italiano si trova di fronte ad una crisi strutturale, non causata da una carenza di domanda di lavoro, ma da un ormai evidente squilibrio demografico che pesa in modo determinante proprio sulla disponibilità di capitale umano.
Vi sono infatti settori chiave della nostra economia come, ad esempio, la manifattura o l’edilizia nei quali la concentrazione di occupati, tra gli over cinquanta e gli over sessanta, lascia inevitabilmente presagire che assisteremo a una perdita massiccia di competenze nei prossimi dieci anni che, purtroppo, non potrà essere compensata, se non in parte, dal mero ricambio generazionale.
Questo fenomeno, che avrà luogo non per penuria di lavoro, ma, molto più semplicemente, per la mancanza di persone in grado di svolgerlo, rappresenterà una dinamica inedita per il mercato del lavoro italiano che non aveva mai sofferto fino ad oggi, da un punto di vista strutturale, di una crisi di offerta di lavoro.
L’endemica denatalità combinata con l’invecchiamento della forza lavoro e la ormai risaputa difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, porta a uscite prevedibili e a ingressi quantitativamente insufficienti e pertanto continuare a ragionare come sempre si fa nel nostro Paese, in termini di emergenza rischia di essere ancora una volta inefficace.
Viviamo una situazione strutturale che richiede una capacità di programmazione almeno di medio periodo altrimenti ci troveremo davanti a carenze permanenti piuttosto che a picchi temporanei.
Anche la permanenza volontaria al lavoro delle persone più avanti con gli anni merita una riflessione sulla sostenibilità stessa del loro lavoro che non può poggiare esclusivamente su incentivi, ma deve essere basata su una profonda riorganizzazione del lavoro che tenga conto di una formazione continua e soprattutto di un vero trasferimento delle competenze.
I settori economici chiave sopra nominati si trovano infatti davanti ad una perdita che non è solo quantitativa, ma che è legata soprattutto alla dispersione di sapere e professionalità che sono e saranno sempre più difficili da sostituire.
La nostra riflessione ci deve poi portare ai giovani e soprattutto al rischio tangibile di perderli definitivamente per strada perché non possiamo ormai ignorare il fatto che la bassa integrazione tra studio e lavoro oltre che la ormai sempre più ritardata indipendenza economica, non descrivano un’anomalia sistemica.
L’ingresso sempre più posticipato nel mondo del lavoro si porta appresso una ridotta qualità delle carriere possibili oltre che una limitata capacità di adattamento alle rivoluzioni o transizioni economiche che vivremo nel prossimo futuro. Rafforzare quindi l’integrazione tra studio e lavoro potrebbe anticipare l’ingresso delle persone nel mercato e ridurrebbe forse la dispersione delle competenze rafforzando la produttività delle imprese.
In tutto questo la tecnologia diventa una variabile cruciale da governare e non da subire perché in una situazione che vediamo essere di riduzione di offerta di lavoro, sarebbe un errore imperdonabile andare ad impiegarla per sostituire occupazioni nelle quali l’offerta esista ancora, dovrebbe quindi essere orientata a sostituire mansioni per le quali l’offerta fosse già scarsa, sostenendo così la produttività delle imprese senza però erodere la base occupazionale.

Infine, anche una corretta politica migratoria potrebbe concorrere alla risoluzione del problema, ma solo se vi sarà un ragionamento basato seriamente sulla qualità stessa del lavoro e non solo sui numeri necessari per sostenere il mercato del lavoro.
*Presidente di Sercomated, di Assoposa e di Euf



