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Una forza economica in crescita tra resilienza e disuguaglianze strutturali

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L’imprenditoria femminile è ormai una componente strutturale dell’economia italiana. I numeri parlano di una presenza ampia e resiliente, ma ancora fragile sul piano dimensionale e competitivo. Tra paradossi occupazionali e nuove opportunità, la vera sfida è trasformare un primato quantitativo in crescita duratura

L’imprenditoria femminile costituisce oggi una delle componenti più dinamiche e in rapida evoluzione del sistema produttivo italiano. In un contesto nazionale segnato da un tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro tra i più bassi dell’Unione Europea, la crescita delle imprese guidate da donne assume un valore strategico non solo sul piano economico, ma anche sotto il profilo sociale e culturale. Questa presenza crescente riflette sia la resilienza delle imprenditrici nel fronteggiare contesti complessi, sia la necessità di dare risposte autonome a un mercato del lavoro che spesso non offre opportunità stabili e adeguate.

Il ruolo delle donne che scelgono di fare impresa è dunque duplice: da un lato, contribuiscono con determinazione all’innovazione, alla creazione di valore e alla tenuta dei territori; dall’altro, l’impegno imprenditoriale emerge come una risposta alle persistenti disuguaglianze di genere, alle difficoltà di accesso alle risorse finanziarie, ai network professionali e alle tecnologie che caratterizzano ancora molte economie locali italiane.

I numeri dell’imprenditoria femminile

Secondo i dati più recenti dell’Osservatorio sull’imprenditoria femminile elaborato da Unioncamere con Infocamere e il Centro studi Tagliacarne, in Italia sono presenti oltre 1,3 milioni di imprese a guida femminile, pari all’incirca al 22,2 % del totale delle imprese attive nel Paese. Questa quota, sostanzialmente stabile negli ultimi anni, rivela un fenomeno consolidato: le imprese guidate da donne non rappresentano più un fenomeno marginale, ma una componente strutturale del sistema economico nazionale.

Pur considerando fluttuazioni verificatesi tra il 2023 e il 2024 – con un lieve calo delle imprese femminili in termini numerici dovuto alla diminuzione in settori come l’agricoltura, la manifattura e il commercio – il peso complessivo delle attività femminili resta rilevante e diffuso su tutto il territorio.

Un elemento significativo riguarda la crescita delle società di capitali guidate da donne che, tra il 2014 e il 2024, sono aumentate di oltre il 45 %, segnale di un processo di consolidamento che va oltre la semplice micro-imprenditorialità, orientandosi verso forme giuridiche più strutturate e con maggiore potenziale di crescita e internazionalizzazione.

Accanto alle imprese registrate, se si considerano anche le libere professioniste e le lavoratrici autonome, la platea complessiva delle donne che operano in proprio sale sensibilmente, raggiungendo stime che superano 1,5 milioni di unità, posizionando l’Italia tra i paesi europei con il maggior numero assoluto di imprenditrici. Questo dato, pur da interpretare alla luce delle specificità del mercato italiano (ad esempio l’alta presenza di micro-attività), segnala un protagonismo femminile significativo nel mondo produttivo.

Settori produttivi: continuità e trasformazione

Storicamente, le imprese femminili in Italia si sono concentrate nei comparti del terziario: servizi, commercio, turismo e ristorazione continuano a rappresentare la quota più ampia delle attività guidate da donne. Questi settori, caratterizzati da minori barriere all’ingresso, hanno storicamente offerto opportunità a chi, pur dotato di capacità imprenditoriali, trova difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro subordinato o a competere in aree a più alto contenuto tecnologico.

Tuttavia, l’evoluzione recente mostra segnali di progressiva diversificazione del profilo imprenditoriale femminile. Sempre più donne avviano l’attività nell’ambito dei servizi avanzati alle imprese, nell’economia digitale, nelle attività culturali, creative e nelle nuove forme di agricoltura multifunzionale e tecnologicamente avanzata. Questo spostamento non solo amplia le prospettive di crescita, ma indica una maggiore capacità di innovazione e di accesso a nicchie di mercato caratterizzate da un valore aggiunto competitivo.

Un elemento di rilievo è la crescente partecipazione femminile in settori tradizionalmente a prevalenza maschile, come le attività professionali, scientifiche e tecniche, che nel 2023 hanno registrato un aumento delle imprese guidate da donne, con un tasso di femminilizzazione in crescita rispetto all’anno precedente.

Nonostante queste tendenze di ampliamento, tuttavia, molte imprese femminili restano piccole in termini di dimensione organizzativa e numero di dipendenti: una quota elevata di attività guidate da donne rientra ancora nella categoria delle micro-imprese (0-9 addetti), il che limita l’accesso al credito, agli investimenti e alle economie di scala necessarie per competere su mercati più ampi.

La geografia dell’imprenditoria femminile

La distribuzione territoriale delle imprese femminili evidenzia forti disparità. In termini assoluti, regioni come Lombardia, Lazio e Campania si collocano ai vertici per numero di imprese a guida femminile, riflettendo la densità produttiva complessiva di questi territori. Ad esempio, la Lombardia, con oltre 160.000 imprese femminili, conferma la sua posizione di primo hub imprenditoriale per le donne in Italia.

Nel Mezzogiorno, invece, pur essendo spesso presenti numeri assoluti inferiori rispetto alle grandi regioni settentrionali e centrali, la quota percentuale delle imprese femminili sul totale delle attività locali risulta talvolta superiore alla media nazionale. Regioni come Molise, Basilicata e Abruzzo, pur con una base imprenditoriale più contenuta, mostrano livelli di femminilizzazione relativamente elevati, evidenziando il ruolo delle donne come pilastro economico e sociale nei territori caratterizzati da fragilità demografiche e spopolamento.

Queste dinamiche territoriali non solo sottolineano l’impatto territoriale dell’imprenditoria femminile, ma anche le specificità regionali nel sostenere la creazione di imprese da parte delle donne, tra esigenze di coesione sociale, supporto alle comunità locali e capacità di innovare nei contesti meno urbanizzati.

Il paradosso italiano: imprenditrici numerose ma bassa occupazione femminile

Uno degli aspetti più discussi nella letteratura economica e nelle analisi di policy riguarda il cosiddetto “paradosso italiano”: se da un lato una percentuale relativamente alta di donne occupate in Italia è costituita da imprenditrici o lavoratrici autonome, dall’altro il tasso complessivo di occupazione femminile resta tra i più bassi dell’Unione Europea. Secondo le stime più recenti, la percentuale delle donne italiane attive nel mercato del lavoro si colloca intorno al 49-50 %, rispetto a una media europea che supera il 60 %.

Questa contraddizione suggerisce che l’imprenditorialità femminile in Italia, pur numerosa e dinamica, non riesce da sola a compensare le carenze strutturali del mercato del lavoro femminile nel suo complesso. In molti casi, infatti, la scelta di avviare un’impresa non deriva da una pura vocazione imprenditoriale, ma piuttosto da necessità: per molte donne, fare impresa diventa una risposta alla difficoltà di trovare impieghi stabili, di conciliare lavoro e responsabilità familiari, o di accedere a posizioni professionali con opportunità di crescita e sicurezza contrattuale.

In altre parole, l’imprenditorialità al femminile assume spesso una dimensione di strategia resiliente di adattamento, piuttosto che una semplice espressione di libera scelta professionale. Questo fenomeno è ulteriormente evidenziato dalle differenze di produttività tra imprese femminili e non femminili, con le prime che presentano in media livelli inferiori di output per addetto, riflettendo la loro concentrazione in settori a basso valore aggiunto e la difficoltà di accesso alle catene produttive di maggior impatto economico.

Dimensione d’impresa e ostacoli persistenti

Nonostante i progressi registrati, molte imprese femminili rimangono caratterizzate da una dimensione ridotta, con limitata capitalizzazione, scarsa propensione agli investimenti e un numero relativamente basso di addetti. Queste condizioni strutturali non solo limitano la capacità di crescita, ma rendono anche più fragile la loro sopravvivenza nei cicli economici avversi. In media, infatti, la produttività delle imprese femminili è stimata inferiore rispetto a quella delle imprese non femminili, con una maggiore vulnerabilità alle crisi settoriali e alle oscillazioni della domanda.

Le difficoltà di conciliazione tra vita professionale e familiare restano una delle barriere più significative. Senza un adeguato sistema di servizi di supporto alla famiglia, cura dei figli e assistenza agli anziani, molte imprenditrici si trovano a dover bilanciare responsabilità multiple, con un impatto diretto sulla capacità di investimento, innovazione e disponibilità di tempo da dedicare alla crescita dell’impresa. Inoltre, la minor presenza nei settori ad alta tecnologia e innovazione – dove l’accesso ai capitali, alle reti professionali e alle competenze digitali è spesso più difficile – limita ulteriormente il potenziale competitivo delle imprese femminili su scala internazionale.

Un altro ostacolo riguarda l’accessibilità ai network finanziari e professionali: in molti casi, l’accesso al credito bancario, agli investimenti in capitale di rischio o alle fonti di finanziamento più sofisticate è più complesso per le imprenditrici, rendendo difficile la realizzazione di piani di espansione ambiziosi o progetti di innovazione strutturata.

Politiche pubbliche e strumenti di sostegno

Per contrastare queste criticità e favorire una crescita sostenuta dell’imprenditoria femminile, negli ultimi anni sono stati varati numerosi strumenti di policy a livello nazionale ed europeo. Il Piano Nazionale per l’Imprenditoria Femminile, finanziato in parte con risorse del Next Generation EU e gestito da Invitalia in collaborazione con Unioncamere, è uno dei principali programmi di riferimento, con l’obiettivo di promuovere la nascita e lo sviluppo di imprese guidate da donne attraverso incentivi, formazione, mentoring e accompagnamento.

Questi strumenti includono linee di credito dedicate a startup e PMI femminili, programmi di supporto alla sostenibilità e all’innovazione, oltre a iniziative di networking e mentoring professionale che mirano a superare le barriere manageriali e culturali che spesso limitano la competitività delle imprese guidate da donne.

Un elemento particolarmente rilevante riguarda l’integrazione dei programmi di formazione e accompagnamento con l’accesso al capitale: studi recenti indicano che le imprese femminili che combinano supporto formativo con accesso a incentivi finanziari mostrano un aumento significativo della produttività e della capacità di crescita rispetto a quelle che ricevono solo uno dei due tipi di supporto.

Una leva strategica per la crescita del Paese

Nel 2025, l’imprenditoria femminile italiana si presenta dunque come una realtà economica matura, resiliente e profondamente radicata nei diversi settori produttivi del Paese. I numeri testimoniano una presenza diffusa e stabile, ma il pieno potenziale di questo segmento resta ancora in parte inespresso. La sfida principale consiste nel trasformare le micro-imprese in soggetti più strutturati, innovativi e competitivi, capaci di competere non solo nei mercati locali, ma anche a livello internazionale.

Sostenere l’imprenditoria femminile significa non solo promuovere la parità di genere, ma investire in una leva di sviluppo strategica per l’intero Paese: favorire la crescita di queste imprese può contribuire a rafforzare il tessuto produttivo nazionale, ridurre i divari territoriali e creare nuove opportunità occupazionali, soprattutto per le giovani generazioni. Inoltre, l’empowerment economico delle donne ha effetti positivi anche sulla coesione sociale, sull’innovazione culturale e sulla spinta verso modelli di sviluppo più inclusivi.

In un momento in cui l’Italia è chiamata a rilanciare la sua competitività, la valorizzazione dell’imprenditoria femminile rappresenta una delle leve più efficaci per affrontare i principali divari strutturali del Paese: dal gap occupazionale di genere alla modernizzazione delle filiere produttive, fino alla diffusione di tecnologie digitali e sostenibili. In questo senso, l’impegno delle istituzioni, delle imprese private, dei network professionali e della società civile dovrà continuare a convergere per garantire che la trasformazione in atto non sia solo una tendenza statistica, ma una vera autorevole svolta sistemica per l’economia e la società italiana nel suo complesso.

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