Un piano nazionale per mettere in sicurezza il territorio e trasformare l’adattamento climatico in una strategia industriale. È la proposta lanciata dall’Ance durante il convegno ospitato nella sede dell’associazione dei costruttori, appuntamento inserito nel percorso “Città nel futuro” dedicato alle sfide urbane e ambientali. Al centro del confronto, la necessità di superare l’approccio emergenziale che da anni accompagna frane, alluvioni, siccità ed erosione costiera.
I cinque pilastri della proposta
Cinque i pilastri indicati dall’associazione: una nuova governance con cabina di regia a Palazzo Chigi, una struttura stabile capace di accelerare l’approvazione dei progetti, l’applicazione del modello Pnrr con tempi certi e controlli rigorosi, una piattaforma unica per dati e monitoraggio digitale, oltre a una programmazione finanziaria di lungo periodo che guardi anche al bilancio europeo 2028-2034.

A tracciare il quadro più netto è stata la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio.
«L’Italia è un Paese fragile, ogni giorno assistiamo alla notizia di una catastrofe, di un dramma. Ci vuole un grande piano per l’Italia», ha dichiarato in apertura dei lavori, sottolineando come il dissesto non possa più essere considerato un evento straordinario ma “un’emergenza cronica”.
Brancaccio ha poi richiamato i costi economici e sociali dell’inazione: intervenire dopo le calamità significa spendere di più e perdere territorio, abitazioni e memoria dei luoghi.
Il tema della governance ha animato anche il confronto tra i ministri presenti. Nello Musumeci, titolare della Protezione Civile, ha annunciato un disegno di legge per istituire una cabina di regia presso Palazzo Chigi, con il coinvolgimento dei dicasteri competenti, per coordinare risorse oggi distribuite senza una visione unitaria. Quasi in tempo reale la replica del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, che ha aperto all’ipotesi purché la nuova struttura serva davvero a snellire procedure e alleggerire i passaggi burocratici.
Pichetto Fratin ha inoltre richiamato l’effetto del cambiamento climatico: eventi un tempo considerati eccezionali stanno diventando ricorrenti, rendendo ancora più urgente il contrasto al dissesto idrogeologico. Sul fronte idrico, il ministro Tommaso Foti ha insistito sulla necessità di integrare la gestione dell’acqua nelle politiche territoriali, ricordando la disponibilità di 5,5 miliardi di euro destinati a rafforzare la resilienza del sistema nazionale.
Il quadro del rischio e i costi dell’inazione
I numeri illustrati durante il convegno spiegano la dimensione del problema. Il 94,5% dei Comuni italiani risulta esposto a rischi legati a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. Intanto la spesa media annua per riparare i danni è passata da 1 miliardo di euro prima del 2009 a 3,3 miliardi nel periodo 2009-2023. Dal 2010 sono stati destinati 21,6 miliardi contro il dissesto, ma molti cantieri non risultano ancora avviati o privi di dati aggiornati.
Per il settore delle costruzioni, il messaggio è chiaro: la prevenzione non è solo una voce di bilancio, ma una leva di sviluppo. Un piano coordinato, sostengono imprese e istituzioni, costerebbe meno della continua rincorsa alle emergenze e potrebbe generare lavoro, innovazione e sicurezza diffusa.



