Lo studio di architettura e ingegneria Open Project ha ospitato un nuovo appuntamento di Dolfi7, il proprio osservatorio culturale dedicato ai temi della trasformazione urbana.
L’incontro, svoltosi a Bologna, ha riunito figure di rilievo del mondo della progettazione, della ricerca accademica e del placemaking, con l’obiettivo di esplorare visioni, modelli e pratiche che stanno ridefinendo il modo di concepire e abitare le città contemporanee.
Moderato da Maurizio Piolanti e Francesco Conserva, rispettivamente presidente e vicepresidente di Open Project, il panel ha offerto un quadro articolato e multidisciplinare in cui le trasformazioni fisiche dello spazio urbano sono state analizzate come fenomeni inscindibili dalle dinamiche sociali e culturali che le accompagnano.
Dalla rigenerazione degli spazi alla rigenerazione dei luoghi

Ad aprire il dibattito è stato Stefano Zamagni, professore di Scienze economiche all’Università di Bologna, con un intervento di carattere storico e concettuale centrato sulla distinzione tra civitas e urbs.
Ripercorrendo l’evoluzione della città fino alla rivoluzione industriale — momento in cui lo spazio urbano ha iniziato a essere concepito come merce — Zamagni ha proposto un cambio di prospettiva che mette al centro il concetto di bene comune.
Riconoscere la città come patrimonio condiviso dell’intera collettività è, nella sua lettura, condizione necessaria per una rigenerazione autentica e non meramente strumentale.
Il peso del sociale: quando la rigenerazione non rigenera
In continuità con questa impostazione, Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, ha analizzato le derive degli ultimi cinquant’anni, segnati dall’abbandono del patrimonio edilizio pubblico e dall’espansione dell’edilizia privata e di lusso.
Processi che hanno progressivamente eroso spazi e servizi collettivi, riducendo la città a prodotto di mercato.
Il passaggio da “luogo” a “spazio” — categoria analitica centrale nel suo intervento — rappresenta l’affermarsi di una logica mercantile che svuota la città della sua dimensione relazionale.
La rigenerazione urbana, ha sottolineato, dovrebbe invece ristabilire l’equilibrio tra interesse pubblico e rendita, restituendo centralità ai diritti urbani fondamentali.

Riuso adattivo del patrimonio storico: memoria e innovazione
Fiore De Lettera, professore di Branding e Comunicazione civile alla Scuola di economia civile, ha introdotto il concetto di riuso adattivo come strumento capace di coniugare memoria storica e innovazione funzionale.
Attraverso casi concreti — tra cui la Chiesa di Santa Maria Maddalena ai Cristallini a Napoli, la Scuola Grande della Misericordia a Venezia e Palazzo Mazzarino a Palermo — l’intervento ha dimostrato come edifici storici dismessi possano essere trasformati in nuove risorse accessibili per la collettività, a condizione di adottare un approccio lungimirante e culturalmente consapevole.

Rigenerazione come processo ibrido tra pubblico e privato
A chiudere il panel è intervenuto Leonardo Fornaciari, amministratore unico di Tredilbologna, che ha proposto una lettura della rigenerazione urbana come processo ibrido tra soggetti pubblici e privati. Centrale nella sua visione è il coinvolgimento attivo della comunità: non interventi calati dall’alto, ma percorsi condivisi e costruiti insieme ai cittadini, in cui la partecipazione diventa strumento progettuale a tutti gli effetti.

L’Arcidiocesi di Bologna: luoghi chiusi che diventano spazi aperti
Un contributo di particolare interesse applicativo è arrivato da Valeria Alfano, architetto dell’ufficio amministrativo e beni culturali dell’Archidiocesi di Bologna, che ha presentato due casi di trasformazione urbana promossi dall’istituzione ecclesiastica.
Il Monastero della Visitazione di Maria e il Complesso San Carlo testimoniano come spazi un tempo chiusi e inaccessibili possano essere restituiti alla città come luoghi capaci di generare relazioni, benessere e identità comunitaria.

Open Project e Dolfi7: un osservatorio permanente sulla trasformazione urbana
Il ciclo di incontri promosso da Open Project attraverso Dolfi7 si conferma come uno spazio di riflessione qualificato e aperto, capace di mettere in dialogo competenze diverse — accademiche, progettuali e culturali — per costruire modelli di sviluppo urbano più equi, inclusivi e sostenibili.
L’approccio multidisciplinare riflette il dna dello studio bolognese, fondato nel 1984 e oggi tra le prime firme di architettura e ingegneria in Italia.
Open Project conta un team di oltre 50 professionisti specializzati e un portfolio che spazia dal residenziale al ricettivo, dallo student housing ai workspaces, dal commerciale al culturale.
La ricerca continua sull’innovazione tecnologica, la digitalizzazione dei processi e la sostenibilità ambientale ha portato lo studio a conseguire importanti certificazioni internazionali per molte delle proprie realizzazioni.



