La storia della Cartiera di Lama di Reno a Marzabotto è un viaggio attraverso il tempo.
Le origini della cartiera si perdono nei secoli e vanno dalla presenza di un opificio e di un mulino già nel 1395 fino all’acquisizione, nel 1954, compiuta dall’editore della carta stampata Angelo Rizzoli, passando per la svolta impressa nel 1896 da un imprenditore, Celso Saltarelli, che la trasformò in una moderna industria cartaria.
È sotto la guida del gruppo editoriale milanese che la cartiera visse un periodo di grande espansione e innovazione: furono costruite abitazioni per i dipendenti, lo stabilimento fu potenziato con nuove moderne macchine e negli anni Ottanta la cartiera dava lavoro a oltre 500 lavoratori.

Il decennio successivo fu invece quello della crisi del settore editoriale, della conseguente dismissione degli impianti e della riduzione degli organici.
Risale al giugno del 2006 la decisione della proprietà (trasformatasi nel frattempo in Spa all’interno del gruppo Burgo-Marchi) di chiudere definitivamente lo stabilimento.
Da qui, il declino non solo dell’ex opificio, ma dell’intera valle dell’appennino bolognese.

La rigenerazione dell’ex area industriale
La storia della cartiera di Lama di Reno è un esempio emblematico di come un’attività industriale possa plasmare un territorio, portando sviluppo economico e sociale, ma anche lasciando dietro di sé il segno del declino.
La rigenerazione di quest’area industriale fa parte del finanziamento complessivo di 157 milioni di euro di fondi Pnrr assegnati al territorio bolognese: i lavori di trasformazione di un primo lotto del complesso in polo civico sono stati quasi del tutto ultimati, nella speranza della rinascita della valle del Reno.
Il progetto è il primo esempio concreto della convenzione quadro per la collaborazione istituzionale fra Città metropolitana, Unioni e singoli Comuni dell’area bolognese in materia di programmazione e progettazione di interventi di rigenerazione urbana.

Si tratta delle cosiddette “Officine per la Rigenerazione metropolitana”, cioè collaborazioni funzionali tra gli uffici della Città metropolitana e quelli di Unioni o di singoli Comuni coinvolti in processi di rigenerazione di interesse metropolitano, per vincere la difficile sfida di recuperare le aree abbandonate e dismesse e assicurarne un’efficace ed efficiente gestione.
A Lama di Reno non siamo di fronte a un semplice intervento edilizio, ma a un’operazione culturale e sociale voluta dall’amministrazione comunale di Marzabotto, che ha inteso trasformare un luogo dismesso da diverso tempo in nodo strategico della mobilità sostenibile: una cerniera tra la stazione ferroviaria, il fiume Reno, il centro abitato, la Ciclovia del Sole e il Parco Storico di Monte Sole.
Per questo i progettisti hanno pensato a una rigenerazione fatta di spazi dalle molteplici funzioni condivise, capaci di attivare la comunità locale e di accogliere visitatori.
La scelta progettuale è stata quella di mettere in sicurezza lo stato di fatto, anche sotto il profilo del miglioramento sismico, con livelli di intervento differenziati e demolizioni selettive, che hanno permesso di ripensare gli spazi in modo flessibile.

Il rispetto dell’esistente
Il progetto risultato vincitore del concorso, bandito dal comune di Marzabotto e dalla Città metropolitana di Bologna, è frutto del lavoro del team multidisciplinare composto da tre giovani studi bolognesi: Baustudio, March’ingegno e Studio Tracce.
Con loro hanno lavorato altri professionisti come Mep Studio, Stacab, Gruppo Eden e diversi altri tecnici.
Il rispetto dell’esistente è stata la base della visione degli architetti bolognesi.
La nuova distribuzione delle funzioni è stata infatti costruita attorno alle tracce del passato, preservando e integrando con cura le pavimentazioni storiche, gli elementi impiantistici originali, la segnaletica d’epoca, i vecchi infissi recuperati.
I basamenti dei macchinari, le cisterne e i serbatoi, che un tempo servivano alla produzione della carta, assieme ai fori nei solai da cui passava la catena produttiva, restano presenti ancora oggi, segni di un’archeologia industriale rivolta al futuro.

La permeabilità dei nuovi spazi
Il secondo elemento alla base del concept progettuale è la permeabilità.
La superficie introversa e privata tipica delle attività produttive è stata abitata da nuove funzioni e da nuovi flussi di persone e attività.
Il cambiamento è stato radicale: oggi un sistema di piazze coperte di circa 3000 metri quadrati attraversa l’intero complesso, mentre le modifiche apportate sui fronti e un nuovo affaccio rinaturalizzato verso est riconnettono gli spazi dell’ex cartiera al paesaggio circostante, sia urbano che naturale.
Il podio coperto esistente è stato preservato come elemento pubblico di mediazione tra interno ed esterno, capace di ospitare eventi, mercati e spettacoli.

Le nuove funzioni
All’interno, l’ex cartiera accoglie ora un ecosistema funzionale ibrido e versatile.
In quasi 4000 metri quadrati, hanno preso forma spazi dedicati a start-up e coworking, un auditorium per congressi, una velostazione, un polo museale che valorizza la storia del sito attorno all’iconico serbatoio dell’acqua – ben visibile e riconoscibile da lontano – e ampi spazi polifunzionali lasciati appositamente liberi e disponibili per nuove future attività.
L’accoglienza del nuovo polo è garantita da una struttura di residenze ibride: un ostello con otto camere di differenti dimensioni collegato a spazi comuni e a un’attività commerciale di bar-ristorazione, che si propone di interagire e animare gli ambienti della struttura.

Il percorso all’interno del nuovo complesso
Il nuovo ingresso rivolto a sud mette in relazione la stazione ferroviaria e la ciclovia del Sole, dove si apre una piazza coperta, la Piazza delle Idee, su cui si affacciano funzioni legate alla mobilità sostenibile: la velostazione e la ciclo-officina.
Dalla Piazza parte la Galleria, spina dorsale dell’architettura ripensata. Si tratta di un collegamento diretto ricavato nel volume della costruzione esistente: una vetrina delle funzioni che si andranno a insediare.

Sulla Galleria affacciano anche la Biblioteca del Sapere e degli Oggetti e gli spazi per coworking, start-up e attività culturali.
Al termine della Galleria si trova il Portico, punto d’incontro tra lo spazio coperto e quello aperto, che mette in comunicazione l’edificio con la piazza più grande dell’intervento, l’Agorà.
Affacciati sul Portico sono collocati la reception degli spazi culturali, il punto informazioni, il bar con la terrazza, l’emporio e l’accesso alle residenze temporanee con la loro area comune.

Il Podio coperto relaziona l’intero edificio all’area rinaturalizzata adiacente, caratterizzata dalle Gradonate verdi e dal Giardino. Il Podio è dunque un diaframma che si interpone tra costruito e natura.
Il Giardino e l’Agorà offrono spazi aperti condivisi dove praticare attività urbane e in contatto con la natura. È qui che lo spazio pubblico si concretizza maggiormente ed è attraverso questi elementi che il corridoio ecologico prende forma e offre l’effetto bosco, consolidando il processo di rinaturalizzazione spontanea, già in atto, con i metodi tipici della forestazione in ambiti ostili.
La vegetazione, oltre a essere un elemento di continuità ambientale, contribuisce al controllo del microclima, alla mitigazione del rumore della linea ferroviaria e delle industrie adiacenti, all’attenuazione dell’inquinamento atmosferico.
Si è così creata una nuova infrastruttura verde per collegare il Parco Storico di Monte Sole con la valle del Reno, un vero e proprio corridoio ecologico capace di riconnettere il tessuto urbano con la natura circostante.
L’intero progetto è ispirato ai principi del design for all, che garantiscono l’accessibilità dell’area e dei diversi blocchi funzionali, abbattendo le barriere.

La sostenibilità dell’opera
L’approccio ecologico si è tradotto nell’impiego di impianti meccanici ed elettrici di ultima generazione, alimentati prevalentemente da fonti rinnovabili grazie alle superfici fotovoltaiche presenti sulle coperture industriali e dall’utilizzo di pompe di calore ad alta efficienza per la climatizzazione e la produzione di acqua calda sanitaria.
Per quanto riguarda il ciclo idrico, l’acqua piovana viene recuperata e immagazzinata nelle vecchie cisterne, che ospitavano la cellulosa necessaria per la produzione della carta, e usata per l’irrigazione delle nuove superfici verdi.
Il progetto ha previsto interventi di rigenerazione del suolo attraverso la de-impermeabilizzazione di alcune aree e il riuso degli inerti, provenienti dalle demolizioni controllate, per la creazione di nuove aree verdi e aiuole.
L’integrazione di soluzioni basate sulla natura, come la messa a dimora di nuove alberature e la creazione di zone d’ombra naturali, contribuisce alla mitigazione dell’effetto isola di calore e alla gestione del microclima urbano, trasformando l’efficienza energetica in una componente fondamentale della nuova identità del complesso.
Un esempio, insomma, di convivenza di strutture storiche con le più avanzate istanze di tutela ambientale, ricucendo al contempo un corridoio ecologico che dal fiume Reno arriva a Monte Sole.

Galleria di arte urbana
Elemento distintivo del recupero è stata la conservazione delle opere murarie realizzate nel corso degli anni della dismissione grazie soprattutto all’esperienza di Pennelli Ribelli.
Artisti di fama internazionale hanno trasformato nel corso del tempo le superfici industriali in una vera e propria galleria d’arte urbana capace di far dialogare il vissuto del luogo con i linguaggi contemporanei.
Nel corso del cantiere nuove opere hanno ulteriormente arricchito gli spazi della cartiera e il gruppo di progettazione ha saputo coordinare soggetti e realtà del territorio per rendere sempre più unico e iconico questo luogo aperto alla comunità.

Opera
Riqualificazione dell’ex Cartiera Burgo – Lama di Reno, Marzabotto (BO)
Finanziamenti
Pnrr, Stami
Strumento urbanistico
Piano urbano integrato
Team di progettazione
Raggruppamento temporaneo di progettisti: Baustudio (capofila), Studio Tracce, March’ingegno, Gruppo Eden e Stacab
Funzioni
Residenza ibrida e ospitalità
Impresa di costruzioni
Balestri Costruzioni
Capo cantiere
Massimo Milana
Strutture prefabbricate
Veneta Prefabbricati
Pavimentazione autobloccanti
Senini
Calcestruzzi preconfezionati
Beton Cave
Intonaci premiscelati
Marraccini
Murature
Laterlite
Intonaci
Gyproc
Elevatori
Elevatori Premontati
Impermeabilizzanti
Polyglass, Technonicol Italia
Isolanti
Isover
Pitture
Caparol
Laterizi
Wienerberger
Consolidamento strutturale
Kimia
Intonaci
Fassa Bortolo

Al progetto di riqualificazione dell’ex Cartiera Burgo di Lama di Reno hanno lavorato tre differenti studi di progettazione. All’architetta Sara Malagoli di Baustudio abbiamo chiesto se questa formula ha avuto successo o al contrario se ha incontrato problemi. Ecco le sue risposte.
«Per la verità, problemi non ne abbiamo avuti, anche perché le attività progettuali differivano sensibilmente. Noi, nella prima fase, ci siamo occupati della progettazione architettonica; poi, in quella successiva, delle progettazioni definitiva ed esecutiva. Per la parte strutturale abbiamo potuto contare sulle competenze di March’ingeno, mentre Tracce ha lavorato, in modo attento, agli aspetti legati alla sicurezza, in un contesto molto particolare come quello dell’ex cartiera, ricco di volumi dalle grandi altezze».
Quali sono stati i principali vincoli che avete incontrato alle prese con un complesso edilizio vasto e articolato?
Il più importante sicuramente ha riguardato i fondi a disposizione, che non consentivano un intervento su tutte le parti dell’ex cartiera. Per cui la scelta è caduta sulle opere centrali, delegando le finiture a un altro momento e ad altre risorse.
Qual è stata la fase più difficile per voi?
Sicuramente le fasi in corso d’opera: in cantiere si colgono i problemi tecnici che man mano si manifestano e anche i nuovi vincoli da rispettare. Attività queste che portano a cambiamenti del progetto. Ma alla fine tutto è filato liscio, grazie anche a un’amministrazione comunale e a un’impresa di costruzioni collaborativi al massimo.
Ma l’idea di fondo, quella di progettare e realizzare una struttura ibrida, a chi è venuta in mente?
A noi e all’Amministrazione comunale. In un gioco delle parti molto ben riuscito e direi anche complice, perché dare un senso a un complesso edilizio così composito non è stato facile.

È Balestri Costruzioni di Bologna, l’impresa edile che ha vinto l’appalto per i lavori di riqualificazione dell’ex cartiera Burgo a Lama di Reno. Al suo capo cantiere, Massimo Milana abbiamo chiesto di raccontarci, in poche parole, l’operazione di rivitalizzazione di un sito industriale dismesso da decenni. Ecco cosa ci ha risposto.
«Non si è trattato di un’opera particolarmente complessa, ma di un intervento tecnico diversificato in relazione alle differenti epoche costruttive e alle diverse tecnologie impiegate per realizzare le strutture dell’ex Cartiera Burgo, opificio che fu costruito per addizioni successive nel corso dei decenni».
Ricorda qualche lavorazione particolarmente impegnativa?
Senz’altro l’intervento sulla parte del complesso che ospitava le tre rotative per la produzione della carta. Abbiamo lavorato su un edificio di grandi dimensioni, 1.800 mq di superficie, e di notevole altezza. Per operare in sicurezza abbiamo messo a punto un’impalcatura semovente, intelaiata, adeguata in altezza al luogo in cui operavamo. Si è rivelata una soluzione, oltreché sicura, anche efficiente: rispetto alla modalità tradizionale abbiamo ridotto i tempi di quasi due mesi.
Cosa rimane ancora da fare?
Per quanto ci riguarda ormai poco. Abbiamo iniziato i lavori due anni e mezzo fa e ora siamo in dirittura d’arrivo con diversi comparti del complesso già assegnati.



