Con Luca Berardo, presidente nazionale di Assoposa, abbiamo parlato di ceramica, piastrelle e posa, e del ruolo cruciale della formazione per il futuro del settore.
Assoposa rappresenta una categoria di professionisti centrali nell’organizzazione del cantiere e interconnesse con molti – se non tutti – professionisti. Qual era la fotografia di questo settore alla vigilia di Saie Bari 2025?
Era una bella fotografia.
La figura del posatore è finalmente diventata cruciale nella filiera delle costruzioni dell’edilizia, non tanto per dei meriti dati a priori, ma per il fatto che se l’è guadagnata sul campo.
È passata dall’essere una figura confusa, con una professionalità non meglio identificata come quella del muratore, a essere invece qualcuno in grado di passare da una superficie ceramica a un pavimento, quindi a realizzare veramente quella trasformazione della ceramica da semilavorato a prodotto finito.
Non è stata una trasformazione indolore: ci abbiamo messo del tempo, numerosi anni.
È stata anche un po’ la coincidenza di alcune visioni – dalla Confindustria Ceramica all’attività di Assoposa, al mondo della produzione – che ha riportato in maniera forte l’attenzione sull’installazione della ceramica stessa.
E poi di lì abbiamo costruito percorsi formativi, norme, visibilità, per arrivare a quello che è oggi un risultato abbastanza soddisfacente, ancora in fieri, ma comunque già molto più avanti rispetto a un tempo.
Hai parlato di percorsi formativi: anche nella vostra attività l’evoluzione tecnologica sta ponendo il tema della formazione e delle competenze in maniera molto forte, in particolare per quanto riguarda i temi della sostenibilità e dell’efficienza energetica. Che cosa significa per un professionista posatore oggi tenere il passo in uno scenario così dinamico?
Siamo un settore nel quale un tempo si diceva “andare a bottega” o “rubare il lavoro con gli occhi”: tutte tematiche estremamente difficili da codificare oggi in un mondo che corre veloce e che deve anche attrarre giovani che devono entrare in questo settore.
Di lì abbiamo dovuto iniziare a lavorare in maniera forte su un concetto: tu non entri in un settore con un bagaglio pre-acquisito di competenze che poi spenderai lungo il corso di tutta la tua vita, ma – anche nel mondo delle superfici ceramiche, della posa, dell’applicazione della ceramica – devi lavorare sulla formazione continua. Quindi devi avere questo concetto di formazione costante per tutta la tua vita lavorativa.
Innanzitutto, perché cambiano le tecniche, i prodotti, gli strumenti, lo scenario, tanti aspetti, e per delle figure che non avevano questo tipo di concetto è stata una rivoluzione copernicana.
La produzione ci ha aiutato molto a capirlo, perché l’evoluzione del prodotto deve per forza accompagnarsi all’evoluzione della professionalità, però non è stato scontato e non è tuttora scontato.
I vecchi del mestiere mal tollerano, magari mal concepiscono, il tema della formazione, ma tutte le leve giovani – e soprattutto quelle in Assoposa, che rappresentano la punta del mercato, quello che ha voluto cambiare, che si è adattato al cambiamento costante e continuo – hanno capito che la formazione è diventata un’arma di competizione fortissima.
Poi si sono inserite tutte le altre tematiche, come l’economia circolare e la sostenibilità: tutte sensibilità, che nel mondo della posa non sono ancora diventate veri e propri assi di competizione, ma che come associati di Assoposa portiamo avanti e siamo in attesa di capire che impatto avranno sul nostro operato futuro.
È cambiata molto la visibilità, quindi il lavoro: si apprende da colleghi e persone molto capaci, molto esperte, ma si codifica. Noi di Assoposa abbiamo scommesso su quell’aspetto. L’Academy di Assoposa è esattamente quello: andare dietro all’evoluzione del prodotto e del mercato e codificare percorsi e processi formativi che facciano sì che i nostri, sia del mestiere sia quelli che vi entrano, riescano ad apprendere e andare avanti.
Hai usato l’espressione “andare a bottega”, hai parlato di giovani. A questo proposito la formazione e la certificazione in qualche modo ci accompagnano al tema della carenza di manodopera. Quali credi che possono essere le strategie per risultare attrattivi rispetto ai giovani che potranno essere i professionisti di domani?
Per essere attrattiva una professione artigiana in senso lato deve cambiare la narrazione.
Fintanto che in Italia ci sarà la contrapposizione tra studiare e lavorare, ci sarà sempre un problema: si penserà sempre che una professione manuale sia di serie B.
Noi stiamo scommettendo fortemente su un cambio proprio di paradigma e di racconto: studiare non esclude il lavoro e viceversa. Questo è il primo elemento sul quale vogliamo far convergere la visione di un giovane che si approcci a una professione del genere o quantomeno che abbia delle capacità manuali da poter magari spendere e allocare nel nostro settore.
La carenza di manodopera nei settori e nella professione artigiana è ormai endemica.
Ci sono statistiche di vario genere e l’ultima uscita era delle professionalità dell’arredo che più o meno sono tangenti al nostro: si parlava di 40.000 persone nei prossimi tre anni, di mancanza, di buco di manodopera, di fabbisogno.
Nel nostro settore è ancora più evidente: se facessimo un ragionamento sui metri quadri prodotti, venduti e quindi posati in Italia, capiresti bene quanti sono i ragazzi giovani che ci servirebbero, quantomeno posatori.
La certificazione è anche un passo per rendere attrattivo il settore.
Non voglio dire che un settore per essere attrattivo debba essere normato e certificato, ma quantomeno anche quello contribuisce al cambio di narrazione.
Se continuo a presentare un settore come insicuro, non normato, al limite di legge, è ovvio che non sono attrattivo per nessuno. Mentre certificare una competenza e far sì che tu ti immetti in un settore facendo un primo livello, che è quello della certificazione, diventa determinante e importante per poi iniziare un percorso di formazione che parta già con un binario serio.
Formazione e certificazioni portano con sé anche più sicurezza durante le attività di posa. Che novità vedi all’orizzonte circa questo tema che è sempre centrale e forte quando si parla di cantieri?
Sicurezza per sé stessi e per gli altri, tema centrale anche nel mondo ceramico.
Visto che le dimensioni della ceramica sono aumentate in maniera esponenziale, dobbiamo lavorare in sicurezza. Lavori in sicurezza se sei equipaggiato a dovere, naturalmente, ma se sei formato altrettanto a dovere. E questo diventa cruciale sempre di più anche per la vita utile del posatore, che deve durare di più. Dura di più se lavora in sicurezza totale.
Assoposa e Confindustria Ceramica hanno lavorato sulla sperimentazione di esoscheletri. Inizialmente li concepivamo come qualcosa che permetteva di ritornare al lavoro dopo magari un fatto traumatico che costringeva lontano dal cantiere per del tempo. Invece oggi ragioniamo in maniera differente: lo vediamo come qualcosa che aiuta nei movimenti ripetitivi o meno, che aiuta a correggere eventuali posture, che guida nel lavoro quotidiano ed è qualcosa che serve per migliorare l’approccio al lavoro e la vita.
Hai citato Confindustria Ceramica, con cui a Saie Bari 2025 hai realizzato la Piazza Ceramica e Laterizio. Che cosa si è portato a casa un professionista della posa dalla visita a questo vostro spazio?
Sicuramente un cambio di opinione e di visione.
Vedere dimostrazioni di posa di grandi lastre, vedere i nostri ragazzi equipaggiati a dovere, con l’attenzione che mettono dal leggere un progetto a realizzare poi una superficie ceramica, fa capire che il mondo è evoluto.
Quindi mi ricollego alla tua prima domanda: lì vedi la fotografia del settore di oggi, vedi che c’è stato un cambio, quindi magari cambi idea sul settore.
Se non avevi mai affrontato questo tema, non hai mai visto un posatore o non avevi idea di come fosse, lì vedi uno spaccato moderno di com’è oggi quel tipo di figura.
In una parola, cosa ha significato Saie Bari 2025?
Consapevolezza.



