Federcomated. Contrastare la “crescita zero” dell’edilizia

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Superbonus e Pnrr hanno messo sotto stress l’intera filiera dell’edilizia, imponendo di concentrare tutte le risorse in tempi strettissimi: questo metodo non ha sortito gli effetti auspicati e non risponde ai bisogni reali del paese

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Giulio De Angelis, Vicepresidente Federcomated

Dal 30 giugno scorso – data ultima per la conclusione di tutti gli interventi – il Pnrr ha ufficialmente chiuso i battenti.

È ancora presto per tracciare un bilancio di questo provvedimento, che si proponeva di rilanciare l’economia, promuovere la digitalizzazione, stimolare la transizione ecologica e ridurre le disuguaglianze sociali e territoriali.

I grandi gruppi industriali e le grandi imprese di costruzione sono stati protagonisti degli interventi del Pnrr, da realizzare in tempi da record per il mercato italiano.

Dei 194,4 miliardi di euro investiti complessivamente dallo Stato (dati aggiornati alla riprogrammazione), una parte consistente era finalizzata al potenziamento delle infrastrutture, alla modernizzazione del patrimonio costruito e al miglioramento dei servizi della pubblica amministrazione.

Stando ai dati ufficiali, questo straordinario investimento pubblico non ha prodotto effetti significativi né sull’economia reale del paese, né sul mondo dell’edilizia.

Secondo l’“Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni” (Ance, gennaio 2026), nel 2025 gli investimenti in costruzioni sono stati pari al -1,1% in termini reali su base annua.

Nonostante il segno negativo, il dato è in miglioramento rispetto alle previsioni grazie alla dinamica positiva delle opere pubbliche.

Lo stesso rapporto evidenzia come criticità la marcata contrazione degli investimenti in manutenzione straordinaria, nell’ordine del -15,6% in termini reali rispetto all’anno precedente.

La causa principale è il ridimensionamento degli incentivi fiscali per la riqualificazione degli edifici esistenti, oggi meno convenienti rispetto al periodo precedente il superbonus e inadeguati a sostenere gli investimenti privati in edilizia.

Senza rete  

Finito il Pnrr e con bonus fiscali irrilevanti, proiettando l’attuale stato delle cose nei prossimi anni, sorgono spontanee alcune domande.

Quali sono le prospettive per i distributori di materiali edili?

Quante imprese della distribuzione potranno affrontare una possibile ulteriore contrazione del mercato?

Quali iniziative possiamo mettere in campo per invertire questa tendenza dell’edilizia verso la “crescita zero”?

Innanzitutto, una considerazione.

Quando l’economia non cresce abbastanza, le risorse a disposizione dei privati non sono sufficienti per alimentare il naturale processo di riqualificazione del patrimonio edilizio.

In queste condizioni, è indispensabile l’intervento dello Stato, tramite politiche incentivanti, soprattutto se si vogliono raggiungere obiettivi di rigenerazione urbana e territoriale, risparmio energetico e sostenibilità ambientale.

Personalmente porrei una prima questione di metodo.

Superbonus e Pnrr hanno dimostrato che imporre calendari troppo brevi ostacola il raggiungimento degli obiettivi.

Nel settore delle riqualificazioni, ad esempio, il meccanismo del superbonus ha creato enormi problemi alla filiera in termini di scarsità di prodotti, innalzamento dei prezzi e compromessi inaccettabili sulla qualità e sulle prestazioni dei materiali.

Nel caso del Pnrr, il poco tempo a disposizione ha reso necessaria una progressiva selezione dei progetti.

In pratica, per evitare di perdere i finanziamenti, è stata concessa la priorità ai progetti realizzabili, molti dei quali obsoleti o inadeguati alle nuove esigenze, indipendentemente dall’importanza dei risultati attesi e, in certi casi, anche dall’effettiva utilità delle opere realizzate.

Purtroppo, anche la situazione dei progetti in realizzazione è sconfortante.

Ance Veneto, ad esempio, ha documentato recentemente che, a febbraio 2026, risultava completato solo il 37,4% dei 25.509 progetti finanziati dal Pnrr nell’intera regione.

In sintesi: per spendere nel modo migliore le risorse investite dallo Stato sono necessari programmi di lungo periodo.

Poteva essere il caso del nuovo Piano Casa, dalla durata decennale, che si propone di rendere disponibili circa 100.000 alloggi in 10 anni, di cui il 60% mediante il recupero di unità abitative oggi inutilizzabili di proprietà pubblica.

Purtroppo, quel provvedimento si limita al contrasto dell’emergenza abitativa, quindi difficilmente potrà incidere sulle dinamiche del mercato dell’edilizia.

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Rispondere ai bisogni

Quanto ai contenuti di qualsiasi iniziativa, basta chiedersi di cosa ha veramente bisogno il nostro paese.

Secondo me al primo posto c’è la salvaguardia del patrimonio immobiliare e infrastrutturale.

Dobbiamo mettere in sicurezza abitazioni, vie di comunicazione, edifici pubblici e produttivi rispetto al rischio idrogeologico che, secondo Ispra, interessa il 91% dei comuni italiani.

I casi di Niscemi e Petacciato sono la punta dell’iceberg: circa 50.000 km2 del territorio nazionale (16,6% del totale) sono mappati nelle classi di maggiore pericolosità per frane e alluvioni, con oltre 550.000 edifici situati in aree franose a pericolosità elevata e oltre 1 milione in zone alluvionabili nello scenario medio. Senza dimenticare il problema emergente dell’erosione costiera, che colpisce aree litoranee sempre più estese.

Anche la gestione dell’acqua è altamente deficitaria.

Non mi riferisco solo alle criticità dell’approvvigionamento idrico nelle regioni di Centro e Sud, né all’enorme quantità d’acqua dispersa dagli acquedotti e dalle reti di distribuzione (41,4% del totale), ma anche alla qualità stessa dell’acqua che, in ampie zone del paese (24,9% dei corpi idrici), è inquinata da sostanze chimiche persistenti, tossiche per l’uomo e dannose per l’ambiente.

La vulnerabilità sismica è un altro problema che caratterizza circa il 40% il territorio italiano, classificato nelle zone 1 e 2, con rischio più elevato.

In questo caso bisogna necessariamente intervenire sugli edifici, poiché è il loro crollo a provocare vittime e danni.

Da questo punto di vista il Superbonus è stata un’occasione persa: solo l’8% degli edifici è stato interessato da una riqualificazione strutturale in funzione antisismica.

La protezione dal dissesto idrogeologico, la messa in sicurezza dalle alluvioni, la riqualificazione del sistema idrico nazionale, al pari della prevenzione dei danni da terremoto e altri eventi catastrofici, non meritano forse un proprio piano nazionale d’investimento?

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