Assorestauro. Il cantiere della conoscenza e delle emozioni della scoperta

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Andrea Grilletto, direttore di Assorestauro (Associazione Italiana per il restauro architettonico, artistico e urbano) ha condiviso con noi alcune riflessioni sul restauro architettonico e conservativo e sull’efficientamento energetico, argomenti cruciali per il futuro del nostro settore.

Perché, specialmente in Italia, è così importante dare rilevanza alle opere di riqualificazione e al costruito storico?

Hai usato la parola corretta.
L’associazione si chiama Assorestauro: la parola chiave è “restauro”, che va di pari passo col termine “riqualificazione”.
Quello che l’associazione sta cercando di fare negli ultimi anni è di avere uno sguardo aperto a tutto quello che è il costruito con valenze storico-testimoniali.
Che dimensioni ha questo patrimonio? Noi siamo abituati a raccontare l’Italia attraverso il maggior numero al mondo di siti Unesco: 61. Che è un grande numero se comparato con gli altri Paesi, però 61 è un numero che non entra nella nostra quotidianità, non costruisce il valore economico di una filiera.
Se allarghiamo un pochino lo sguardo al costruito vincolato e agli asset vincolati – quindi parchi, giardini… – cominciamo a parlare di centinaia di migliaia di edifici e di asset. Ancora di più se cominciamo a guardare i centri storici, gli edifici rurali, il costruito con valore storico-testimoniale (dall’ultimo rapporto del Cresme siamo al 45% del nostro costruito ante 1945); ma se a questo aggiungiamo anche l’archeologia industriale e il moderno arriviamo sino al 60% del nostro costruito, quindi vuol dire che il restauro – così inteso e così allargato – ha una forte valenza sia dal punto di vista economico, come settore strategico italiano, sia come elemento occupazionale.
Quindi è un elemento che va fatto crescere e che sta crescendo anche nei rapporti con l’estero.
Siamo entrati nel 2019 nel sistema promozionale del Made in Italy: oggi il restauro italiano è promosso dal nostro Ministero degli Esteri come una delle eccellenze italiane.

Hai delineato uno scenario molto ampio. A questo proposito, quali sono le sfide che il vostro settore sta affrontando in questo momento? E soprattutto, quali sono le richieste da parte dei tuoi colleghi professionisti in questo scenario che hai delineato?

È una domanda molto importante.
Quando un settore raggiunge una certa importanza, le istanze sono molteplici.
Abbiamo parlato prima della necessità di sostenere una forte crescita, sia nazionale che internazionale, di questo settore: le sfide sono molte, a partire da quella culturale di far seguire o di sostituire il grande intervento di restauro con interventi di manutenzione programmata che ci permettano di conservare e mantenere il nostro patrimonio come parte del tessuto sociale ed economico contemporaneo.
Questa è una sfida che dobbiamo affrontare con gli attori istituzionali, dal Ministero alle amministrazioni locali, ma che non può prescindere da un dialogo forte con il settore privato, cioè chi opera e chi si prende cura del nostro patrimonio.
Altri elementi di sfida sono quelli dettati dalle agende contemporanee: transizione ecologica, energetica e digitale.
Per quanto riguarda la digitalizzazione, è evidente che sia necessario strutturare dei sistemi capaci di raccogliere, interpretare i dati e trasferirli – perché non si fa manutenzione senza conoscenza –, quindi la capacità di gestione di questi dati a livello tecnico è fondamentale.
Ma ti dirò di più: il cantiere di restauro è un cantiere della conoscenza – raccogliamo dati importanti – ed è un cantiere delle emozioni della scoperta – quando si rimuove una pittura e si scopre qualcosa è un’emozione per chi la vive ma è un’emozione che, grazie a questi strumenti di digitalizzazione, si può far rivivere alle persone comuni.
Quello che l’associazione sta cercando di fare da tempo è avvicinare il pubblico generico alle competenze del restauro per fargli capire che dietro un monumento aperto come lo splendore della Cappella Sistina ci sono 14 anni di restauro. E sai chi ha finanziato questi restauri dal 1980 al 1994? La Nippon National Television, con 4 milioni e 200 mila dollari, che già allora aveva capito il valore del dato documentale: quel restauro ha trasformato una cupola nera in un capolavoro; con estreme difficoltà ovviamente, perché non è stato così immediato.
Ecco, vivere una giornata da restauratore, andare a scoprire la mano di Dio e ripulirla, vivere la prospettiva che ha vissuto Michelangelo nel dipingerla, sono cose importantissime che grazie al cantiere di restauro e grazie alle nuove tecnologie possiamo raccontare e far vivere al pubblico e al turista anche in un sistema di offerta differenziata per mitigare gli effetti di quello che adesso sembra il problema più grande del mondo, l’overturism.
I grandi centri commerciali non si potrebbero mai lamentare di avere troppi clienti, devono essere in grado di gestirli: questa logica dobbiamo utilizzarla anche per i beni culturali, cioè dobbiamo essere capaci di diversificare l’offerta e ampliare il territorio di visita.
Abbiamo accennato alla transizione ecologica ed energetica: sappiamo che il costruito storico è il grande assente dai bonus fiscali degli ultimi anni – in qualche modo anche per fortuna: se immaginiamo di plastificare con dei cappotti tutti i nostri centri storici, è evidente che non lo possiamo fare – ma non possiamo neanche rispondere alle esigenze europee senza includere il 60% del nostro costruito in questa transizione.
Assorestauro, insieme a Federcostruzioni e ad altri attori, tra cui lo stesso Ministero della Cultura, sta lavorando per elaborare dei modelli di miglioramento energetico che non siano basati solo sul cappotto esterno e su un impianto efficiente, ma che valorizzino in maniera dinamica le caratteristiche dell’edificio storico, come l’inerzia termica dei muri o l’esposizione: quindi meccanismi di automazione che permettano di gestire anche i flussi d’aria naturali.
Anche questo percorso deve essere affrontato a livello di impresa perché sono le imprese che studiano e sviluppano sistemi che possono aiutare questa transizione.
Sappiamo che la revisione dei Cam ha tolto la delega tout court all’edificato storico nel rispetto dei Cam stessi ma adesso il direttore dei lavori su un edificio di restauro deve motivare l’eventuale deroga: sono piccoli passi affinché il restauro possa portare le sue peculiarità – l’uso di materiali locali, di tecniche reversibili, l’economia circolare, il minimo intervento – nella discussione sulla transizione ecologica e possa accogliere invece quelle che sono le esperienze di altri settori.
Chiudo con due elementi: la formazione – per fare tutto questo abbiamo bisogno di formazione continua, di dialogare con gli ordini, con il Ministero, con le scuole e con gli enti di formazione – e la crescita di figure intermedie che ci aiutino – soprattutto dal punto di vista impiantistico e dal punto di vista della gestione dei Cam nel cantiere – a dialogare o a trovare un compromesso tra tutela e nuove istanze che dobbiamo affrontare.

Il dialogo con la pubblica amministrazione per voi è essenziale, soprattutto per i progetti che coinvolgono beni vincolati. Quali sono i temi che la vostra associazione vuole portare avanti in questo dialogo?

Ci sono due grandi attori con cui si deve costruire un dialogo per approcciare nella maniera corretta al costruito storico: uno è il Ministero della Cultura.
La riforma del Codice dei Beni Culturali ha finalmente posto allo stesso livello la tutela – che ormai abbiamo codificato dal ’36 – e la valorizzazione; quindi il Ministero non si deve più preoccupare solo di tutelare un oggetto ma di trasportarlo nella vita sociale ed economica contemporanea, una sfida nuova che per i funzionari di Ministero.
L’altro grande attore sono le amministrazioni pubbliche: il grosso del patrimonio vincolato è un patrimonio pubblico – prima del Codice, dopo 45 anni, un edificio pubblico viene vincolato automaticamente; oggi, dopo 75 anni: comunque un tempo limitato per far diventare storico un oggetto –.
Le amministrazioni pubbliche devono essere in grado di dialogare coi funzionari di ministero per ottenerne l’approvazione.
Questo dialogo, purtroppo, è ancora spesso molto conflittuale per la mancanza di competenze del proponente. C’è ancora un forte divario di competenze tra il controllore, il ministero e il controllato.
Il settore privato deve aiutare a crescere perché è suo interesse personale ridurre la conflittualità, come deve essere interesse del Ministero potersi occupare di cose più interessanti che risolvere conflitti con l’amministratore.
In questo quadro ovviamente rientra anche la necessità di informare gli operatori che quando operano in un cantiere vincolato, se fanno un danno a un edificio vincolato, il loro referente non è il giudice civile, ma quello penale.
Quindi, un po’ come succede per la sicurezza, garantire una formazione continua a tutti gli operatori della filiera, che siano progettisti o subappaltatori elettrici, è fondamentale per costruire una consapevolezza e l’orgoglio di avere operato, invece che sentirsi rimproverare.
Succede spesso che l’elettricista con la bomboletta nera interviene sul muro scrostato del 1500, quando nessuno gli ha spiegato che era un muro importante: lui lo vede come muro scrostato e viene rimproverato; se gli insegniamo a capire che sta lavorando su un muro importante e che deve usare il gessetto, lui sarà orgoglioso di quello che fa e abbiamo creato anche in questo modo una filiera che funziona.

Hai parlato di competenze, conoscenze, dialogo. Assorestauro ha partecipa a Saie Bari 2025 organizzando la Piazza Cantiere del Restauro. Che cosa hanno potuto trovare i visitatori e i professionisti all’interno di questa vostra iniziativa?

È qualche anno che abbiamo cominciato a dialogare con una fiera che si occupa di tutta la filiera delle costruzioni di cui noi siamo solo una piccola parte, talvolta con il pregiudizio di essere troppo piccoli per attrarre l’attenzione all’interno di una manifestazione così grande, ma sempre nel dialogo con gli organizzatori di Saie, con Senaf e con le associazioni con cui stiamo cercando di costruire dei rapporti che ci aiutino a far crescere tutta la filiera.
Abbiamo capito che siamo dei portatori di competenze, quindi le aziende che partecipano a Saie, le nostre socie all’interno della Piazza, non sono solo espositori ma sono allo stesso modo portatori di competenze, vengono coinvolti in un dialogo che affronta i temi che abbiamo appena declinato.
La Piazza Cantiere del Restauro ha voluto rappresentare un momento di dialogo perché abbiamo invitato le istituzioni, gli ordini degli architetti, le università locali, in modo da costruire scenari per migliorare la nostra capacità di creare un’economia dedicata al mondo del restauro.
Di nuovo, parliamo di overturism: tutti i grandi attrattori stanno cercando non di ridurre il numero dei visitatori, perché è l’introito che hanno, ma di gestire questi flussi.
Questo si ottiene solo con la sinergia, e l’occasione che questi momenti di incontro danno è fondamentale.
Le aziende dedicano del tempo perché sono lì a esporre per cercare clienti, ma per noi il restauro non è un oggetto che si vende: è un oggetto che si racconta e, raccontandolo, creiamo la necessità di far riferimento a imprese specializzate e prodotti particolari, che spesso costano di più dell’alternativa ma che danno poi prestazioni e durabilità diverse.
Quindi questo prendersi del tempo, grazie alla fiera, per proporsi e farsi vedere diventa anche lo stimolo per raccontare casi studio, per far vedere attivamente – a Saie Bologna 2024 c’era una statua del 1300 restaurata online all’interno della Piazza – per raccontare un po’ il nostro mondo e farlo vivere a un pubblico di tecnici non specializzati nel restauro, ma anche al pubblico generico che viene a vedere il Saie, per conoscere un comparto così importante come quello delle costruzioni.

 In una parola cosa ha significato Saie Bari 2025?

Dialogo.
Il Saie è stato un’opportunità per crescere, per incontrare altre parti della filiera e per far conoscere, a chi non è specificamente addetto ai lavori, cosa significa prendersi cura del nostro patrimonio costruito, trasferirlo alle prossime generazioni, costruire su questo innovazione e valore.

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