Ridare senso al lavoro

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Ho sempre più la sensazione di vivere in un tempo caratterizzato da un ingiustificato (oltre che pericoloso) entusiasmo per la fine del lavoro.

I media sono arrivati a raccontare il lavoro come qualcosa da cui liberarsi, un’attività necessaria soltanto per procurarsi il reddito con cui vivere o peggio, quasi un ostacolo alla realizzazione personale.

Ci ricordiamo ancora tutti come le cosiddette “grandi dimissioni” siano state ad un tratto persino celebrate come una manifestazione di libertà, lasciare il lavoro per riconquistare il proprio tempo.

Se il problema però non fosse il lavoro in sé, ma il modo in cui abbiamo smesso di raccontarlo?

Il lavoro non può essere ridotto soltanto ad una prestazione che qualcuno compra e qualcun altro vende.

Lavorare significa creare, costruire, trasformare, lasciare un segno sulla realtà e sul tempo che tutti noi attraversiamo.

È uno degli strumenti attraverso i quali una persona può esprimere la propria individualità e conquistare autonomia.

Quando il lavoro ha un senso, produce creatività e progettualità, alimenta l’intelligenza, insegna il rispetto e può generare solidarietà mentre quando invece perde ogni significato e diventa soltanto una sequenza di gesti finalizzati a ottenere uno stipendio alla fine del mese, è inevitabile che venga percepito come una costrizione dalla quale prima o poi cercare di liberarsi.

Per questo la sfida non è difendere il lavoro così com’è, ma cambiarlo quando è ripetitivo, usurante, sottopagato o privo di prospettive.

È utilizzare la tecnologia per togliere fatica inutile, investire nella formazione, aumentare le competenze e costruire organizzazioni nelle quali le persone possano assumersi responsabilità e crescere.

Quando un’impresa si dimostra capace di restituire senso al lavoro non fa soltanto qualcosa di buono per i propri collaboratori, ma si rende più solida, innovativa e competitiva.

Un giovane infatti non sceglie soltanto quanto guadagnerà, ma sceglie soprattutto la persona che potrà diventare attraverso il lavoro che farà.

È qui che il tema del senso incontra quello del mercato.

Se il lavoro diventa infatti soltanto reddito, sarà sempre possibile trovare qualcuno disposto a pagare qualcosa in più, se invece il lavoro diventa competenza, autonomia, crescita, appartenenza e soprattutto possibilità di lasciare un segno, acquista un valore che nessuna busta paga potrà mai raccontare.

Non dimentichiamo che una società senza lavoro non sarebbe necessariamente una società più libera.

Una società nella quale le persone non trovano più nel lavoro un luogo di crescita, di relazione e di realizzazione rischia solo di essere una società più fragile.

Restituire senso al lavoro è quindi una delle grandi sfide economiche e sociali del nostro tempo.

*Presidente di Sercomated, di Assoposa e di Euf

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