In un’epoca in cui parole come sostenibilità, innovazione e transizione rischiano spesso di trasformarsi in slogan, c’è chi lavora per tradurle in progetti concreti, processi e visioni di lungo periodo.

Architetto, designer, docente e consulente, Massimiliano Mandarini si muove da anni all’incrocio tra creatività, impresa e responsabilità ambientale, esplorando il potenziale dell’ecodesign e dell’economia circolare come strumenti di cambiamento reale.
Attraverso la ricerca, la formazione e l’attività di consulenza strategica, ha costruito un percorso che mette in dialogo mondi apparentemente distanti: tecnologia e natura, sviluppo economico e rigenerazione, cultura del progetto e impatto sociale.
Una prospettiva che invita a ripensare non solo il modo in cui produciamo e consumiamo, ma anche il futuro dei territori e delle organizzazioni.
Con Massimiliano Mandarini, che ha curato il progetto GooDesign Cities, in mostra all’Adi Design Museum durante la Milano Design Week, abbiamo parlato delle criticità che ancora caratterizzano il modo di progettare edifici e città, ma anche delle opportunità offerte da sistemi prefabbricati, architetture reversibili e tecnologie integrate.
Nel progetto GooDesign Cities il tema della sostenibilità viene affrontato in modo integrato. Dal punto di vista edilizio, quali sono oggi gli aspetti più trascurati quando si parla di edifici realmente resilienti e orientati al benessere?
Sicuramente aspetti come l’orientamento degli edifici, che spesso non è ottimale, oppure tutta la parte bioclimatica.
C’è ancora poca attenzione ai materiali naturali, alla connessione con il verde e al rapporto con il contesto.
Oggi si lavora molto sugli impianti, sull’isolamento e sull’efficientamento energetico, ma altri aspetti fondamentali rimangono carenti.
Ed è un problema ancora attuale.
Paradossalmente gli edifici del passato erano spesso più attenti alla qualità dei materiali, alla durabilità e alla relazione con l’ambiente.
Abbiamo edifici di cinquecento anni ancora perfettamente funzionanti e altri costruiti dieci anni fa già da rifare.
Il rifugio bioclimatico integra involucro leggero, fotovoltaico, sensoristica ambientale e sistemi di ventilazione. Qual è stata la principale difficoltà tecnica nell’integrare elementi così diversi?

La vera difficoltà è stata creare un sistema unico, coerente e multifunzionale.
Il rifugio nasce per migliorare il rapporto tra persone, outdoor e natura, ma allo stesso tempo deve garantire comfort in condizioni climatiche sempre più estreme.
Abbiamo quindi integrato giardini verticali che raffrescano le facciate, sistemi frangisole, superfici apribili per la ventilazione naturale, coperture fotovoltaiche e pompe di calore completamente elettriche.
La sfida più complessa è stata far dialogare tutte queste tecnologie mantenendo leggerezza, modularità e flessibilità.
Anche il tema del disassemblaggio è stato centrale: volevamo una struttura facilmente smontabile, aggregabile e con il minimo impatto possibile sul suolo e sull’ambiente.
Oggi il settore edilizio concentra molta attenzione sulle prestazioni energetiche certificate. C’è il rischio che efficienza e comfort reale seguano due percorsi separati?
Sì, ed è un rischio concreto.
L’idea che bastasse mettere un cappotto e un pannello solare per rendere sostenibile un edificio ha creato anche una distorsione del mercato.
L’efficienza non può essere separata dal comfort e dal benessere delle persone.
Molte volte non serve nemmeno intervenire con un cappotto tradizionale: bisogna ripensare l’involucro in modo più intelligente, lavorando magari su stratificazioni, nanotecnologie o sistemi costruttivi innovativi.
Oggi i serramenti, per esempio, hanno raggiunto prestazioni altissime e incidono tantissimo sul comfort visivo, ambientale e sulla connessione con l’esterno.
Per questo a me la parola “efficienza” interessa relativamente.
Preferisco parlare di benessere dell’edificio e benessere degli utenti.
Le persone hanno bisogno di luce naturale, qualità dell’aria, materiali salubri, ventilazione e orientamento corretto.
Nel progetto il verde non viene trattato come decorazione ma come infrastruttura tecnica ambientale. Come cambia il progetto quando il verde entra sin dalle prime fasi?
Per me il verde è una tecnologia.
Non è un elemento decorativo da aggiungere alla fine.
Se entra dall’inizio nel progetto può svolgere tantissime funzioni: raffrescare facciate e coperture, creare schermature solari, migliorare il microclima, produrre privacy, aumentare il comfort psicologico.
Abbiamo sviluppato, per esempio, delle fioriere solari che uniscono verde, schermatura e produzione energetica.
Oppure sistemi scorrevoli con vegetazione integrata che funzionano come brise-soleil naturali.
Il verde dialoga anche con l’illuminazione e con gli interni, diventando parte dell’architettura stessa.
Le architetture modulari e smontabili vengono spesso associate a soluzioni temporanee. Possono invece diventare parte stabile dell’edilizia contemporanea?
Assolutamente sì.
Quando abbiamo iniziato a lavorare su questi temi quasi vent’anni fa era considerato un approccio pionieristico.
Oggi invece modularità, prefabbricazione e disassemblaggio stanno entrando nelle policy europee, nella tassonomia Esg e nei criteri Cam.
Il mercato si sta muovendo chiaramente in questa direzione, anche se l’Italia è ancora un po’ indietro culturalmente rispetto ad altri Paesi come la Germania.
Però i vantaggi sono evidenti: velocità costruttiva, flessibilità, sicurezza del cantiere, riduzione dell’impatto ambientale e possibilità di intervenire anche in contesti delicati dal punto di vista paesaggistico.

Nel rifugio climatico avete introdotto sistemi di monitoraggio della qualità dell’aria. Quanto diventerà centrale questo tema nei prossimi anni?
Sempre di più.
Dopo il Covid la qualità dell’aria è diventata un tema molto sentito, soprattutto negli ospedali e negli edifici pubblici.
In alcuni Paesi, come la Francia, esistono già obblighi di monitoraggio nelle scuole.
Oggi abbiamo tecnologie molto semplici che permettono di controllare CO2, polveri sottili, Voc e qualità dell’aria interna in tempo reale.
È importante non solo dal punto di vista tecnico ma anche educativo, perché aiuta le persone a comprendere il comportamento degli edifici.
Noi passiamo l’80-90% della nostra vita negli spazi indoor, eppure sappiamo pochissimo dell’aria che respiriamo.
In Italia si è diffusa molto la cultura dell’edificio iper-sigillato, ma senza una corretta ventilazione questo può diventare un problema serio, soprattutto considerando che le grandi sfide future saranno l’isola di calore e l’umidità urbana.




